Rivista di Storia e Letteratura Religiosa 10 (1974) pp. 382-6.


TERTULLIAN, Adversus Marcionem, edited and translated by ERNEST EVANS
(« Early Christian Texts »), Oxford, 1971, 2 voll., pp. xxiii-658 compl., in 8°.

        Continuando l'opera intrapresa più di. venticinque anni fa, di porre a dispo-
sizione degli studiosi dei commenti scientifici ai trattati di Tertulliano - un'impresa
quanto mai meritoria - ora l'Evans pubblica una nuova edizione dell'Adversus
Marcionem
, con prefazione, note a traduzione. Bisogna confessare, tuttavia, che il
lettore che si accosta a questa nuova fatica dell'Evans resta in parte deluso. L'intro-


duzione, dedicata a Marcione a all'opera tertullianea, non può certo competere
con quella che il critico stesso premise all'Adversus Praxeam, che fu un capo
lavoro di acutezza esegetica e arrecò un insostituibile contributo alla esegesi della
teologia tertullianea. L'introduzione all'Adversus Marcionem è poco più che
un'esposizione dei dati conservatici dalla tradizione, senza contributi degni di
nota alla problematica del marcionismo. Il medesimo appunto si può rivolgere
alle note che accompagnano la traduzione, eccessivamente scarne a asciutte, e che
non permettono l'approfondimento che sarebbe stato auspicabile ai numerosi pro-
blemi presentati dal testo tertullianeo. Analogo è il carattere delle due appendici,
delle quali la prima (« Some Technical Terms ») riprende le osservazioni che lo
stesso Evans aveva fatto a proposito dell'Adversus Praxeam, la seconda (« Marcion's
Treatment of the New Testament ») è francamente insufficiente. Il testo dell'opera
è stato costituito prendendo come base quello dell'Oehler. Questa scelta, che suona
come una condanna di quello del Kroymann, così discutibile per i suoi arbitri
nell'ambito della critica del testo (esso fu pubblicato nel C.S.E.L. nel 1906, non nel
1942, come è scritto per errore a p. xxi: nel 1942 fu stampato, sempre ad opera
del Kroymann, il volume LXX del C.S.E.L. contenente altre opere di Tertulliano,
ma non l'Adversus Marcionem), è conforme a quanto alcuni studiosi hanno affer-
mato in proposito, ma, tutto sommato, è ingiusta nei confronti del Kroymann.
È vero, però, che l'Evans ha tenuto conto, dove gli è parso opportuno, degli
indubbi miglioramenti apportati dal Kroymann; un po' trascurata, invece, è la
scuola svedese (un esempio: in IV, 33, 3, ove il testo manoscritto è: « et creator
enim dominus, quia deus, et utique magis dominus quam mammonas, magisque
non observandus qua magis dominus », l'Evans espunge « non » davanti a « non
observandus », nonostante che il Thörnell, Studia Tertullianea I, p. 68, abbia
convincentemente dimostrato che il creatore non doveva essere venerato proprio
in proporzione del suo potere, superiore a quello di Mammona, il diavolo); pari-
menti non godono di adeguata considerazione anche i recenti studi di V. Bulhart:
ma bisogna pensare che l'Evans non voleva darci un vero a proprio testo critico.

        Pur non potendosi, quindi, considerare la presente come una vera a propria
edizione critica, l'Evans ha arrecato numerosi suoi contributi, molti dei quali degni
di nota (molti di essi, però, sono presentati con l'annotazione 'scribendum cen-
sebam', mentre erano già del Kroymann: come si spiega questo?). Ne discutiamo
alcuni. In I, 11, 1 l'Evans propone di correggere il testo (« Quale est enim ut
aliquid extraneum deo sit, cui nihil extraneum esset, si quis esset? ») in: « cui
nihil extraneum esset, si deus esset? » I, 18, 4: « Alioquin, si sic homo deum com-
mentabitur quomodo Romulus Consum et Tatius Cloacinam ... hoc aliis licebit? »
L'interrogazione è posta dall'Evans, ed è abbastanza convincente, poiché in tal
modo Tertulliano pone Marcione sullo stesso piano delle divinità pagane che
divinizzarono certe persone a ne fecero degli idoli: né più né meno che un idolo
è il dio di Marcione. Il passo corrotto di I, 25, 3 (« et quid illi - cioè il dio mar-
cionita - cum Christo, molesto et Iudaeis per doctrinam et sibi per Iesum? »:
« per sensum » Ursinus) è così corretto: « et sibi per crucem? »: una correzione
un po' violenta, ma che dà senso. Il passo di II, 22, 1 (« proinde et similtudinem
vetans fieri omnium quae in caelo et in terra et in aquis, ostendit et causas, idolo-
latriae scilicet quae substantiam cohibent ») è corretto in modo analogo a quanto
proponemmo noi alcuni anni fa (cfr. Prolegomena ad una nuova edizione del
l'Adversus Marcionem di Tertulliano
, in « Annali della Scuola Normale di Pisa »


1967, p. 237), esattamente come in IV, 34, 6: « iam hinc confirmatur ab illo
Moyses, ex eodem titulo prohibens repudium quo et Christus, < ni > si inventum
fuerit in muliere negotium impudicum (cfr. Osservazioni sul testo dell'Adversus
Marcionem di Tertulliano
, in « Annali della Scuola Normale di Pisa » 1970,
p.        [sic]). Un altro passo tormentato è quello di II, 27, 5: « sed et penes nos
Christus in persona Christi accipitur, quia et hoc modo noster est », che è
dall'Evans corretto in: « deus in persona Christi accipitur », che è forse l'unica
soluzione di fronte ai cavilli del Braun a del Moingt, i quali vogliono conservare
il testo intatto e interpretarlo. In III, 4, 1 l'Evans propone di leggere nel modo
seguente: « competit mihi etiam illud retractare, cur non post <creatoris>
Christum venerit ». Molto allettante è la proposta di correggere il testo di III, 20, 2
(« aspice universas nationes de voragíne erroris humani exinde emergentes ad
deum creatorem, ad deum Christum ») in ad dei Christum: il nesso deus Christus
è effettivamente insolito.

        In IV, 17, 2 (« et pignus ... reddes beati » : così i mss.) l'Evans corregge in:
« et pignus reddes debentis », facendosi forte della lezione dei Settanta (o)fei/lontoj).
La congettura è un po' lontana paleograficamente, per cui io preferirei pur sempre
correggere, con l'Oehler « beati » in « dati »; è però una correzione pregevole.
Simile è il caso di IV, 21, 11: il testo « nec multum ablutus, nec sale ac melle
medicatus » è corretto in « nec mulso ablutus » etc.: la correzione ha un suo
senso, ma che un lattante sia « multo ablutus » mi sembra un po' strano; co-
munque, tale congettura doveva essere giustificata con altre attestazioni. Il greco 
dei Settanta giustifica anche un'altra correzione dell'Evans: in IV, 39, 9 invece di
« in fulgorem fulgur scutum tuum » (Habacuc III, 9 segg.), l'Evans propone di
correggere in: « in fulgorem fulguris scuti tui » (« ei)j fe/ggoj a)straph~j o(/plwn 
sou
»). Molto persuasiva è la correzione di IV, 43, 1: « quis enim haec non credat
in recogitatu mulierum illarum volutata inter dolorem praesentis destitutionis, qua
percussae sibi videbantur a domino, et spem resurrectionis ipsius, qua restitui
vitae (invece di « restitui rite » dei mss. e « restitutum iri » del'Engelbrecht
in base a Osea VI, 1: a)nasthso&meqa kai zhso&meqa) arbitrantur? » Parimenti quella
di IV, 18, 3: « ... Christus vero et audiens et sciens non corrigebat, et quidem in
tanto documento mortui resuscitati creatorem adhuc honorantes », invece di:
« creatorem adhuc orantes »; la correzione è confermata, come osserva l'Evans
stesso, dalle parole che seguono: « ... quem in suis beneficiis atque virtutibus
honorari sustinebat ». Ancora, in V, 2, 5 il testo (« nemo enim illos moverat a
creatore ut viderentur sic ad aliud evangelium transferti quasi dum ad creatorem 
transferuntur », l'Evans propone di leggere « quasi iterum ... transferuntur »; ma
in tal caso sarebbe stato richiesto un congiuntivo. Migliore la correzione di V, 6, 8
(« ergo de saecularibus dixit ... de rege Herode, etiam de Pilato, et quo maior
principatus huius aevi Romana dignitas praesidebat »): « de Pilato in quo maior
principatus » propone l'Evans; quasi sicura, secondo me, quella di V, 8, 8: nel
corso di un confronto tra i generi dello spirito (I Corinti, XII, 8) e quelli di cui
parla la profezia di Isaia (XI, 2), Tertulliano avrà certamente detto: « alii (datur)
sermo scientiae: hic erit spiritus intellegentiae et consilii », come corregge l'Evans,
invece di: « hic erit sermo intellegentiae et consilii ». Molto probabile è anche la
congettura di V, 16, 5: « (creator) ... cui et competit zelus ipsos (invece di « ipse »
dei mss.) errore decipere quos veritate non cepit » . Come si vede, dunque, nono-


stante che si sia troppo facilmente basata sul testo dell'Oehler, l'edizione dell'Evans 
mostra un notevole sforzo per essere indipendente e per non accontentarsi di ciò
che si trovava davanti. Lo spazio ci impedisce di discutere più oltre la scelta delle
varie lezioni adottate dall'editore o le altre congetture da lui proposte.

        Il merito principale, comunque, del lavoro dell'Evans -- e non è piccolo
merito -- è quello di aver accompagnato il testo con una nuova traduzione.
L'estensione e la difficoltà dell'opera tertullianea rendono tale lavoro particolarmente
apprezzabile e ne fanno un punto fermo nell'esegesi dello scrittore di Cartagine.
La traduzione è assai accurata e precisa, senza cadere nel banale o nel pedestre;
la aderenza al testo è mantenuta scrupolosamente, sebbene talora, all'occorrenza,
essa acquisti una maggiore disinvoltura. Molto onestamente l'autore dichiara, nella
prefazione, che la sua traduzione si è giovata di quella di P. Holmes, pubblicata
nel 1868, ed anche noi cogliamo l'occasione per dichiarare ben volentieri il nostro
debito nei confronti dell'Evans per la nostra traduzione tertullianea. Segnaliamo,
perciò, all'editore inglese alcuni punti nei quali la nostra interpretazione diverge
dalla sua, o che forse egli crederà opportuno correggere in un secondo momento.
Il celebre passo di I, 10, 3 (« l'animae enim a primordio conscientia dei dos est »)
è reso dall'Evans con: « the knowledge inherent in the soul since the beginning
is God's endowment » . Io preferirei, tenendo conto anche del fatto che in quel
punto Tertulliano parla della conoscenza naturale di Dio, rendere in questo
modo: « la conoscenza di Dio è fin dai primordi la dote dell'anima ». In II, 13, 1
il testo dell'Evans ha: « seposita libertate eius », che è reso con: « God having
set aside that liberality », cioè secondo il testo di Kroymann, che corregge « liber-
tate » in « liberalitate ». In IV, 5, 2: « Marcionis vero plerisque nec notum
(scl. « evangelium » ), nullis autem notum ut non eadem damnatum » è il testo
dell'Oehler, di difficile interpretazione, secondo me (vedi l'apparato critico del
Kroymann), la cui difficoltà non è eliminata dalla traduzione dell'Evans: « ... and
by those to whom it is known is also by the same reason condemned ». In IV, 16, 8
il testo latino: « ... imperatam habes in Deuteronomio formam creatoris », io penso
che « forma » non sia tanto « example » quanto 'la regola',  la norma'. Poco
più oltre (IV, 16, 11), il testo latino (« quod si secundus gradus bonitatis est in
extraneos qui in proximo primus est ») mi sembra reso imperfettamente: non « if
the second degree of kindness, towards strangers, is the same as that first degree,
towards one's neighbours... », ma semplicemente: « ché se il secondo grado della
bontà riguarda gli estranei, così come il primo riguardo il prossimo ». In IV, 18, 4
il testo (« ipso iam domino virtutum sermone et spiritu Patris operante in terris »)
io penso che « sermone et spiritu Patris » sia semplicemente un'apposizione di
« Domino virtutum », e non debba essere reso con: « when the Lord of hosts
himself was by the Word and Spirit of the Father working and preaching upon
earth... ». Poco più oltre (IV, 18, 8), il testo è incerto: l'Evans legge: « ... sed
non ideo subiecto ei qui minor fuerit in regno dei » (scl., il precursore), a traduce:
« but the reason why is less than the least in the kingdom of God... ». Ma in tal
caso bisognava adottare la correzione « subiectus » del Leopoldus e del Kroymann.
Un passo corrotto è, secondo me, anche quello di IV, 21, 5 (« si et quartam - scl.
Basiliarum - resolvas »), che va corretto in: « si et quartam revolvas » (Ursinus);
certo la traduzione dell'Evans è solamente a senso: « if you also turn to the
fourth », pur essendo quella richiesta. Inesatta, poi, secondo me, la traduzione di
IV, 21, 12: « plane pudere te debet quod illum ipse finxisti » (« clearly, of yourself


he should be ashamed, for your having invented him »); così come quella di
IV, 42, 1, ove il testo: « Pilato quoque interroganti: tu es Christus?, proinde, Tu
dicis, ne metu potestatis videretur amplius respondisse » va reso in questo modo:.
« ... perché non sembrasse che dava una risposta più esauriente (« amplius respon-
disse ») per paura dell'autorità » (di Pilato), non: « so that he might not seem,
through fear of authority, to have refused to answer ». In V, 3, 5 il testo latino:
« ... ne ... ex censu eorum in nationes praedicandi munus subiret » (scl. Paolo),
è tradotto così: « before with their agreement he undertook the task of preaching,
among the gentiles », cioè secondo la correzione del Kroymann, « ex consensa
eorum » . In V, 7, 6 si legge: « Marcion totum concubitum auferens fidelibus
(viderint enim catechumeni eius)... », e la traduzíone inglese della parentesi è:
« I say nothing of his catechumens » , che mi sembra un po' debole. Io proporrei:
« ci pensino, stiano attenti i suoi catecumeni », che non sia troppo grave per loro
diventare marcioniti, se debbono osservare una così rigorosa castità anche dopo
le nozze.

        Ma queste, ripetiamo, non vogliono essere delle critiche, bensì solamente dei
nostri contributi personali all'esegesi dell'Adversus Marcionem, se l'Evans vorrà
accoglierli. Non resta, quindi, una volta precisato il valore delle nostre riserve
sulla opportunità di adottare il testo dell'Oehler (una rielaborazione critica totale
sarebbe stata quanto mai utile) e sulla schematicità della esegesi storica che con-
gratularci con l'Evans per quest'ultima gigantesca fatica, che si aggiunge degna-
mente alle sue precedenti, a vantaggio di Tertulliano, o, meglio, di tutti coloro
che son mossi dall'interesse di trovare famigliarità con il grande scrittore car-
taginese.

CLAUDIO MORESCHINI

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